Il “Ritorno al futuro” della Cult Generation. 5° Rapporto di ricerca

“Ritorno al futuro”: un’espressione che letteralmente costituisce un contrasto logico perché fonde l’idea del ritorno, ovvero del passato, con quella del futuro. Un ossimoro, dunque, che tuttavia sintetizza alla perfezione le tensioni di una generazione “futuristicamente tradizionale”, che si aggrappa ai valori della cultura di ieri, reinterpretandoli con un occhio rivolto al domani.

La cult generation tratteggiata dal 5° Rapporto di ricerca dell’Osservatorio Generazione Proteo reagisce infatti alla fluidità dei tempi moderni ancorandosi alla cultura, dalle sue forme più tradizionali alle sue espressioni più nuove e originali quali la street art, i videoclip musicali, finanche il cake design, per dare tangibilità alla loro esperienza quotidiana e nel contempo per coniugare al futuro quel presente continuo. Ecco allora che la cultura si esprime attraverso un’immagine da tatuarsi sulla propria pelle, e non solo per moda o per estetica quanto piuttosto perché un tatuaggio contribuisce a stampare nella memoria, a rendere indelebile e tangibile il ricordo di qualcosa e di qualcuno. Una cultura antica e moderna allo stesso tempo, che prende forma in quel voto che i giovani considerano sempre come la più tangibile espressione della partecipazione politica. Una cultura che essi associano al fascino indiscusso e privilegiato del libro stampato piuttosto che all’immaterialità dell’ebook.

Giovani che identificano modelli fuori dall’esperienza del gruppo, tanto in politica, dove la leadership è associata all’immagine dell’uomo solo al comando, quanto sui social dove circa un giovane su cinque, pur percependo i rischi di dipendenza e isolamento, finisce sovente per estraniarsi dalla vita reale. Ma ancora nelle relazioni, quando le numerose vittime di cyberbullismo preferiscono confidarsi con gli amici piuttosto che con genitori o insegnanti, considerati non sufficientemente alfabetizzati nei confronti della Rete e dei suoi meccanismi.

I giovani del 5° Rapporto di ricerca non sono prigionieri della quotidianità, sono invece disposti a mettersi costantemente in gioco, nel lavoro (per ottenere il quale sono disposti a fare sacrifici) come nelle diverse sfide che scandiscono il loro tempo, a cominciare dal terrorismo alla logica del quale essi non intendono piegarsi.

Una generazione caratterizzata da paradossi e contraddizioni e per la quale vivere all’italiana è, per definizione, sinonimo di “sapersi adattare”, mentre affidano la promozione del nostro Paese all’estero in primis alla pizza e a un piatto di pasta oppure al Colosseo, ma non a un’aula universitaria, intesa come metafora di un Paese che valorizza la formazione e la ricerca. Una generazione che teme la discriminazione, ma che paradossalmente la riconduce più all’orientamento sessuale che alle tradizionali questioni di etnia. Giovani, infine, che percepiscono il pericolo del terrorismo, verso cui provano preoccupazione e rabbia, ma che reagisce invocando, in un caso su tre, la pena di morte per chi commette tali stragi.

In definitiva per la cult generation la cultura è nel contempo sinonimo di tradizione, conoscenza e curiosità: tradizione che rimanda a quella cultura del passato ai cui libri essi sono ancora profondamente legati; conoscenza, vissuta come antidoto all’incertezza di un presente inteso come momento isolato che manca del suo prima e del suo dopo; curiosità, la stessa che spinge il giovane Marty McFly a salire sulla macchina del tempo DeLorean per intraprendere il suo avvincente “ritorno al futuro”.